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Giovedì 14 Gennaio 2010 - Libertà

Callegari, scultore pubbblico

I suoi altorilievi ornano palazzi costruiti tra gli anni '50 e '60

Vittore Callegari, scultore, a cui sarà dedicato un convegno il 23 gennaio all'auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, è l'artista più rappresentato nelle strade di Piacenza. Di lui abbiamo certo quella percezione distratta che riserviamo all'architettura che conosciamo troppo o non conosciamo affatto, per consuetudine a viverci. Ma tra gli anni Cinquanta e Sessanta, sull'onda del rifacimento o della nascita di parti intere della città, di nuovi edifici amministrativi destinati al pubblico o dell'erezione di monumenti, Callegari è riuscito a contrassegnare con tessere di marmo o bronzo alcuni dei luoghi più frequentati di Piacenza. Sono altorilievi dai contenuti edificanti, per lo più, che ornano edifici costruiti allora: un condominio a Barriera Genova costruito nel 1957 dove la città allora finiva o iniziava; oppure l'ingresso della prima succursale della Cassa di Risparmio, in via Cavour (1957), nel portico di un palazzo ammirato dal gusto di allora e che oggi appare greve e antiquato; o ancora, il fianco nord dell'Itis "Marconi", all'angolo tra via IV Novembre e via Nasolini (1964); poi un'ala della scuola "Casali" (1967) e l'ingresso del municipio di Alseno (1965). Mentre una scultura in ferro già evoluta come un altorilievo immateriale, ha reso leggero il fronte stradale del nuovo palazzo "Europa" (1959), situato all'angolo tra via Torricella e via Alberoni. E sempre tra i più celebri, per dire di un intervento d'altro tipo ma per quegli anni frequente, il monumento ai Caduti di Pontenure nel complesso della fontana al centro della piazza. Sono esempi, diciamo i principali o i più evidenti, del lavoro di un artista di grande consapevolezza politica, prima ancora che sociale, forse l'ultimo rappresentante di una tradizione dell'artista "pubblico" che affronta con la naturalezza del mestiere il bisogno di un'arte che deve ornare e insieme educare alla civiltà e alla storia.
Artista misurato, quindi, e di forte senso etico, frenato negli slanci sperimentali (la lingua dell'avanguardia non gli appartiene come stile, come vita, prima ancora che come cifra estetica o valore), ma non estraneo al proprio tempo: ha la capacità di oscillare tra una figurazione fin quasi didascalica, dove evidentemente vi è l'esigenza di raccontare, di spiegare per simboli e metafore l'essenza di un concetto che contribuisce a reggere la comunità; e una pagina invece libera e complessa, dove centrale non è la lettura ma l'evento che si compie, un'evocazione interrotta e un alfabeto che prende forma guardando e riguardando senza il bisogno di raccontare.
E così, da una parte, assolve allo scopo di descrivere le categorie ritenute edificanti della civiltà italica - il lavoro, la storia, le arti, il risparmio - ponendosi sulla linea della tradizione nostrana più ferma, quella che va dai "primitivi" toscani del Trecento (a cui lo assocerà Berzolla in un articolo su La Scure del ‘39) e dai modelli del primo Rinascimento fin giù alle revisioni di Novecento. Perciò cita come necessarie a quel racconto - come se non fossero sostituibili da altre sigle - brani di paesaggio da Giotto, teorie ad archi di Masaccio e pini marittimi; e ripropone più e più volte in contesti diversi, come si fa di un simbolo fondante, o elemento alchemico, la figura dell'edificio cubico traforato di finestre che ricorre nelle periferie di Sironi, ma che ritroviamo nella forma dell'ossario nel nuovo cimitero di Modena disegnato da Aldo Rossi. Il Rinascimento e Sironi, vale a dire il nuovo e l'antico, sono due cardini del suo lavoro, due numi silenziosi mai ripudiati, dato che non può esservi tregua dalla tradizione - secondo lo spirito del suo tempo - se si vuole destinare uno scorcio di città alla trasmissione di valori condivisi.
Ma dall'altra parte, quando smette il camice dell'artista rivolto al pubblico edificio (scuola, municipio, ente associativo...) trova la libertà di immaginarsi una strada divergente da quella conosciuta, dove trasfigura semplicemente se stesso in pura trama formale. Un'evoluzione in quel senso avviene alla fine degli anni Cinquanta, quando ripensa al suo lavoro per indirizzarlo verso l'esterno e a un astrattismo spigoloso e gestuale. E' il caso di un'opera tra le meno note e le più decise di Callegari - a nostro modestissimo avviso la più incisiva -, che è quella sul fianco di palazzo "Europa": un'opera del ‘59 in ferro di assoluta modernità, dove Callegari sembra indicare la via della libertà per una linea che passa da forma a scrittura, che finalmente agisce come segno sul corpo della città. E come tutte le opere intelligenti e moderne, questa rivela la sua genealogia e il suo percorso, come se la cifra più nota dell'artista, cioè l'altorilievo, avesse perso materia, fondo, racconto, e solo i tratti più netti e decisi, quelli essenziali, fossero rimasti al loro posto per testimoniare tanto quello che può essere stato, quanto quello che potrebbe essere. Questa era la capacità di stare nella storia senza temere il futuro. A dire il vero, questa proprietà traversa non è frequente neppure in Callegari, ma per la maggior parte degli artisti piacentini rimane addirittura impensabile. (A pochi metri, all'angolo con via Pozzo, un altorilievo in terracotta di Luciano Ricchetti, di soggetto agreste, rivela tutta la distanza creatasi tra gli artisti con capacità di riprendere il senso dell'innovazione, come appunto Callegari, e la tradizione pittorica piacentina).
Chi era allora Callegari scultore? Era nato a Caselle Landi nel 1909. Dopo aver frequentato l'Istituto Gazzola, dove ebbe come maestri Francesco Ghittoni e Nazzareno Sidoli, passò qualche tempo all'Accademia di Brera, a Milano. La sua prima uscita di rilievo fu nel ‘33, alla Mostra Sindacale di Piacenza, dove vinse il primo premio per la scultura. In seguito diventò uno degli autori più apprezzati della città, con escursioni di qualche rilievo sul piano nazionale e all'estero. Fu membro della direzione del sindacato artisti Cgil - organizzazione oggi impensabile. Quindi una carriera apprezzata, la sua, di cui fece anche insegnamento operando presso l'Istituto Gazzola fino alla morte, avvenuta il 20 maggio 1977 alla vigilia di un intervento cardiochirurgico.
Artista eminentemente "pubblico", abbiamo detto, anche perché sovente vincitore di concorsi per la realizzazione di opere su edifici pubblici, così com'era (e tuttora è, per la verità) previsto dalla cosiddetta "legge del 2%", vale a dire la legge che imponeva ai comuni di destinare quella percentuale alla collocazione di opere d'arte negli interventi edilizi pubblici. Una normativa che procurò alle città italiane alcune opere d'arte significative (e altre molto meno, com'è naturale), e della quale parliamo abitualmente al passato sebbene non sia mai decaduta, e sia anzi stata rinfrescata e riportata in servizio dall'ultimo governo Prodi.
Il centenario di Vittore Callegari, che di questa proiezione dell'arte verso la città ha rappresentato uno degli esempi migliori, per mestiere e sensibilità, sia l'occasione per tornare a parlare anche di arte destinata agli spazi pubblici, in una città dove, in un ambito così delicato e così complesso, è difficile programmare ma facilissimo improvvisare.

di EUGENIO GAZZOLA

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